2002 - COME VINCERE L'ANSIA SOCIALE. Presentazione dell’edizione italiana del libro di Signe Dayhoff
di Gabriele Lo Iacono


Uno dei pregi di questo libro è di trattare in modo esplicito e diretto le difficoltà quotidiane spesso incontrate dalle persone che hanno problemi di ansia e imbarazzo connessi all’interazione con altre persone o alla presenza di altri. Si parla con disinvoltura dei disagi connessi alla sudorazione e all’evacuazione e di altre difficoltà che  qualcuno prova imbarazzo soltanto a nominare. L’autrice capisce bene questi problemi – avendone conosciuti personalmente di simili - e ha un assoluto rispetto per chi ne soffre. Questo le permette di cogliere gli interessi e le preoccupazioni di queste persone e di rispondervi in modo abbastanza esauriente – o per lo meno di indicare le direzioni per approfondimenti che potranno essere compiuti per proprio conto.

L’autrice è assolutamente spregiudicata anche nell’esame delle possibili soluzioni ai problemi: psicoterapie, rimedi pratici, ricorso all’aiuto di amici e familiari, medicine alternative, interventi chirurgici, gruppi di auto e mutuo aiuto e via dicendo. Benché tagliare un nervo possa sembrare una soluzione eccessiva per un problema di rossori in volto o di sudorazione forte e insistente, l’esame spassionato di questa possibilità nel capitolo tredicesimo è una risposta empatica all’estrema sofferenza di chi sarebbe disposto a tutto pur di risolvere le sue difficoltà, anche a costo di danneggiare irreversibilmente il suo corpo inseguendo la chimera di una soluzione rapida, comoda e definitiva per un problema psicologico di non facile gestione.

D’altro canto la contemplazione di soluzioni così estreme dovrebbe indurre a una riflessione: in buona parte l’ansia sociale deriva dal fatto di dare un’importanza esagerata a certe reazioni o comportamenti propri che – come presume chi ne soffre – rivelerebbero certi difetti o certe mancanze personali. In genere la soluzione psicologica dei problemi di ansia sociale comporta di imparare a giudicare se stessi in modo meno rigido ed esigente e a valutare realisticamente:


In sintesi, affannarsi a cercare di “risolvere il problema alla radice”, trovando il modo di apparire agli altri sempre perfetti (per es., senza rossori, balbettamenti e sudori), può essere controproducente perché è proprio una delle motivazioni (e quindi una fonte di comportamenti, pensieri ed emozioni) che contribuisce alla creazione e al mantenimento del problema. La ripresa psicologica dall’ansia sociale comporta l’accettazione dei propri limiti - reali, eventuali o presunti – e dell’eventualità di ricevere giudizi non universalmente e completamente positivi. Chiaramente può essere utile cercare di migliorarsi e di rendersi più gradevoli ma il perseguimento di questo obiettivo dovrebbe essere accompagnato da un percorso complementare e parallelo di rinuncia alle pretese di perfezionismo e alle ambizioni di amore incondizionato. Lo scopo di un percorso di ripresa dall’ansia sociale non è l’azzeramento del rischio di provare ansia in situazioni sociali bensì l’accettazione di questo “rischio” senza soffrire eccessivamente o imporsi rinunce costose! Non c’è nulla di terribile nell’apparire di tanto in tanto non del tutto padroni di sé, non del tutto sicuri, competenti, intelligenti o attraenti. Capita a chiunque e non è possibile evitare che accada, anche perché non possiamo in alcun modo evitare che gli altri pensino quello che vogliono.

Se invece per qualche motivo si fa di tutto per scongiurare queste eventualità, ecco che sorgono i problemi. La possibilità di “fare una brutta figura” diventa una forte preoccupazione che fa attendere con ansia o evitare del tutto le situazioni in cui ciò potrebbe accadere. Si vivono con terrore i momenti in cui questi episodi capitano. Ci si mette in un atteggiamento e in uno stato d’animo tali che dare il meglio di sé diventa effettivamente difficile. Le “brutte figure” vengono vissute come fallimenti totali e irreparabili e diventano motivo di autosvalutazione, avvilimento, paure e rinunce importanti. Così la qualità complessiva della propria esistenza peggiora e ci si preclude la realizzazione di progetti di vita importanti.

Quindi i numerosi consigli dell’autrice su come diventare socialmente competenti e sconfiggere le proprie ansie andrebbero presi rispettivamente come indicazioni utili per avere meno dubbi e facilitare la scelta e la decisione di come comportarsi (senza avere affatto pretese di comportarsi nel Modo Giusto o Infallibile) e come strumenti che potrebbero servire per vivere una vita complessivamente più serena e più adatta a realizzare i propri scopi e progetti, ma non certo a eliminare l’ansia dalla propria vita.

Le strategie anti-ansia possono essere armi a doppio taglio: l’offerta di un metodo per contrastare l’ansia può essere intesa come un messaggio: “Ecco il mezzo infallibile per eliminare dalla tua vita quello stato d’animo odioso e terribile”. Ma se si cerca disperatamente di sfuggire all’ansia, la si aggrava. Avere paura dell’ansia è comunque avere paura. I tentativi che mettiamo in atto per evitare l’ansia sono un messaggio che diamo a noi stessi in cui confermiamo che l’ansia è pericolosa e temibile.

In parte, il senso delle procedure di esposizione in cui si parla via via nel libro – specialmente nel capitolo settimo sulla psicoterapia cognitivo-comportamentale – è proprio questo: a costo di una certa sofferenza ci permettono di scoprire che ce la sappiamo cavare. Parte della scoperta consiste anche nell’accorgersi che questa sofferenza non è poi grandissima. Può essere maggiore nell’attesa che non nella situazione sociale vera e propria, e spesso non si presenta affatto così come l’avevamo immaginata ma in forme più gestibili (“Il diavolo non è brutto come lo si dipinge”).

E poi, in cosa consiste questa sofferenza dell’esporsi a situazioni sociali temute? Da un lato c’è uno stato di attivazione fisiologica – tachicardia, rossori, sudorazione, tremori, tensione muscolare, sensazione di vuoto alla testa, ecc. Si tratta di fenomeni associati a sensazioni spiacevoli, ma che, come spiega anche l’autrice del libro di per se stessi potrebbero anche avere una valenza emozionale neutra o perfino positiva. I segni di attivazione fisiologica tendono a diventare spiacevoli, per esempio, quando crediamo che siano percepiti e giudicati negativamente dagli altri o quando pensiamo che possano peggiorare le nostre prestazioni, o che siano la manifestazione o i prodromi di una malattia o di un cedimento psicologico. 

Dall’altro c’è un senso di apprensione per il rischio che l’interazione o la prestazione vadano diversamente da come vorremmo. Ma quanto di questo rischio riguarda un evento autenticamente grave e irrecuperabile che accade nel mondo esterno (per esempio perdere un lavoro, essere rifiutati in modo assoluto e definitivo da una persona alla quale teniamo molto) e quanto ha a che vedere semplicemente con le cose spiacevoli che penseremmo di noi stessi se i fatti andassero diversamente da come ci piacerebbe? In buona parte il rischio che si corre nelle situazioni sociali è proprio il rischio di disapprovare se stessi, di sentirsi delusi di sé, di accusarsi, condannarsi e insultarsi. “Se le cose andassero male poi sarei molto severo con me stesso”. In parte il rischio è quello di una delusione tutta nostra, intima e personale, di cui gli altri non sanno e non capiscono niente. A volte la vera figuraccia che temiamo è quella che faremmo di fronte a noi stessi. In definitiva anche le critiche e le derisioni che subiamo potrebbero non toccarci se fossimo convinti che sono ingiuste o eccessive. Ecco allora perché può essere più importante accettarsi con i propri limiti piuttosto che rincorrere un ideale imposto dagli altri e da se stessi.

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