2003, Quando l'innovazione tecnologica ci rende poveri, di Gabriele Lo Iacono


Le soluzioni tecnologiche hanno attecchito e si sono diffuse in ogni parte del mondo spazzando via rapidamente culture e relativismi culturali: l’umanità è perlopiù contenta di risparmiare lavoro e fatica. Il possesso e l’uso degli ultimi ritrovati tecnologici sono simboli di status. La fiducia nelle possibilità della tecnologia è tale da diventare a volte credulità o cieca fede. Ma l’efficacia e l’efficienza tecnologica sono qualcosa che “più ce n’è, meglio è”?


Costruire, manovrare, riparare

Gli strumenti tecnologici abbastanza sofisticati - dagli oggetti domestici di uso quotidiano come il televisore, il computer, il fax, il telefono cellulare, fino al satellite per le telecomunicazioni - sono in se stessi soluzioni straordinariamente creative e intelligenti. Tanto che il più delle volte chi li usa non sa nemmeno come funzionano. Infatti sono il frutto del sapere e dell’agire di molte persone che spesso non hanno collaborato direttamente fra loro ma sono intervenute in luoghi ed epoche diverse sulla stessa idea, sullo stesso oggetto, per migliorarlo o perfezionarlo. Non di rado anche la costruzione degli oggetti tecnologici è opera di un gruppo di persone che si coordinano per un obiettivo finale, la cui rappresentazione complessiva corretta sfugge agli stessi collaboratori.

Di fronte a tanta complessità, sovente il fruitore non è in grado di provvedere da sé alla manutenzione degli oggetti che adopera quotidianamente. A volte li usa finché funzionano o finché non “stancano” e poi li getta via. Altre volte si rivolge invece al “tecnico”, allo specialista della riparazione, la cui conoscenza della costruzione e del funzionamento dell’oggetto spesso non è migliore. (Una decina di anni fa, per esempio, mi si guastò il monitor del computer. Lo portai a riparare nel negozio di computer dove l’avevo comprato ma mi spiegarono: “Il monitor è fatto di due pezzi: lo schermo, col tubo catodico, e i circuiti. Va sostituito il pezzo guasto. Ma non le conviene: costa meno un monitor nuovo”.)

Oggi viviamo talmente immersi fra i prodotti della tecnologia che neppure ce ne rendiamo conto. Questi oggetti sono da un lato estremamente familiari e dall’altro estremamente ignoti e misteriosi. Non parlo dell’aeroplano su cui probabilmente stai viaggiando… ma prova a pensare al luogo che forse ti è più familiare, una stanza della tua casa. Hai idea di quanti materiali diversi ci sono in quella stanza? Te li sapresti procurare? Li sapresti lavorare e assemblare fino a ottenere gli oggetti e gli impianti che hai intorno? Altri hanno provveduto e provvedono al posto tuo. Siamo abituati a nascere e a vivere in mezzo a soluzioni tecnologiche escogitate e costruite da altri, fino a scambiarle per ambienti naturali. Ma se dovessimo contare soltanto sulle nostre conoscenze e capacità individuali la maggior parte di noi non potrebbe sopravvivere in un ambiente non antropizzato. La nostra società è ormai organizzata in modo tale che nemmeno sappiamo immaginare cosa possa voler dire provvedere alla sopravvivenza solo con i propri mezzi.

La tecnologia deriva dall’arte (in greco tekhnología = trattato sistematico su un’arte) ma con il tempo ha trasformato profondamente le conoscenze e le capacità operative rilevanti del singolo individuo, fino in un certo senso a deprivarlo della sua arte. Quando si adoperano strumenti tecnologici per risolvere dei problemi, quei problemi in pratica non esistono più nella loro forma originaria. Ovvero possono essere in buona parte ridotti alla scelta dello strumento giusto, il quale contiene già implicitamente nel design lo scopo presunto del manovratore, le istruzioni per l’uso, sistemi di prevenzione degli errori e dei rischi connessi alla manovra, una conoscenza del contesto fisico e antropologico del suo impiego. E allora che spazio resta per l’analisi intelligente del problema, l’immaginazione creativa di possibili soluzioni, il vaglio razionale, la prova, l’analisi dell’errore, la correzione, la conoscenza dei materiali e degli oggetti, il confronto e la collaborazione con gli altri, l’invenzione o la scoperta di strumenti ad hoc, l’abilità manuale, la forza fisica, la determinazione e la tenacia?


Ritorno alla semplicità

Oggi in molti non vogliono più un oggetto perfetto ma uguale a mille altri; preferiscono l’oggetto personalizzato, prodotto artigianalmente, magari con tecniche e materiali “di una volta”. C’è il gusto dell’antico, dell’etnico, del fatto in casa, del “fatto da me”, del “naturale”. Il pavimento in legno si muove si graffia e si macchia e costa di più rispetto a quello in laminato - praticamente identico per l’occhio inesperto - che “dura in eterno”. Ma il legno è più caldo e, come noi esseri umani, è imperfetto e porta il segno del tempo.

Oltre ad atteggiamenti favorevoli o entusiastici esistono anche manifestazioni di insofferenza per la tecnologia. Da un lato ha permesso di spostarsi a velocità inaudite, frequentare ambienti inadatti alla vita umana, esplorare in modo sempre più agevole gli spazi piccolissimi e quelli grandissimi, ridurre il dolore e la fatica fisica, e via dicendo. Dall’altro ha trasformato il lavoro e l’organizzazione della società, della quotidianità e delle relazioni interpersonali, incidendo profondamente sulla mente e il corpo umano. Forse abbiamo bisogno di un po’ di quella fatica e di quel dolore che il progresso tecnologico ha ridotto; non è escluso che le nuove fatiche e i nuovi dolori siano peggiori dei vecchi.


© Gabriele Lo Iacono, 2003

    home > blog

BLOG
SITO IN COSTRUZIONE


HOME

BLOG

AIUTO
PSICOLOGICO

OFFERTA FORMATIVA


LIBRI

Chiedi una consulenza gratuita online o presso il mio studio di Trento!