Febbraio 2004, Ricordo dell’undici settembre, di Gabriele Lo Iacono


L’undici settembre del 2001 la notizia degli attentati terroristici alle Torri Gemelle di New York arrivò proprio mentre, come psicologo, mi stavo documentando sugli effetti psicologici dei traumi, ovvero di esperienze in cui si assiste a incidenti e decessi altrui o si vive sulla propria pelle questo rischio.

Io ho solo trentasette anni e per mia fortuna non ho mai conosciuto la guerra. Ma quel giorno, allarmato e confuso dalle notizie di giornali e televisione nonché dalle conversazioni con amici e conoscenti, sentii per la prima volta che questa eventualità della guerra, fino ad allora per me del tutto remota, diventava estremamente concreta. Ho passato una decina di giorni a leggere giornali, guardare notiziari televisivi, parlare con gli amici e riflettere sui possibili sviluppi della situazione e sulle mie stesse reazioni, confrontandole con quello che stavo imparando sulle reazioni psicologiche ai traumi. Mi chiesi allora se quello che io e i miei conoscenti stavamo vivendo fosse una specie di stato di stress dovuto a un trauma, sia pure mediato dai mezzi di informazione. Appuntai allora le considerazioni seguenti – che presentai a un piccolo convegno organizzato dall’associazione di volontariato Psicologi per i popoli. Le ripropongo a mo’ di memoria, senza le modifiche che oggi potrei apportare con il senno di poi alla luce dei nuovi sviluppi della situazione politica nazionale e internazionale, con la convinzione che in gran parte siano ancora piuttosto attuali.

Secondo un noto sistema di classificazione internazionale dei disturbi mentali (il DSM-IV), perché una persona possa dirsi traumatizzata devono essere soddisfatti due requisiti: deve avere vissuto, deve avere assistito o essersi confrontata con un evento o con eventi che hanno comportato la morte, o una minaccia per la vita, o una grave lesione, o una minaccia all’integrità fisica propria o altrui; fra le reazioni della persona devono esserci state: paura intensa, senso di impotenza o orrore.
?Mi pare che ciò che abbiamo vissuto noi italiani dall’altra parte della Terra nei giorni immediatamente successivi alle stragi di New York e Washington, per una serie di motivi a cui accennerò in conclusione, possa corrispondere a questo criterio, perlomeno su un piano collettivo.

L’undici settembre 2001 abbiamo visto alla televisione una delle torri gemelle di New York in fiamme. Quest’immagine era agghiacciante, anche perché sapevamo che era stata colpita da un aeroplano dirottato. Ma il peggio doveva ancora avvenire, perché mentre eravamo attoniti e cercavamo di capacitarci di quanto era successo è sopraggiunto un altro aereo che si è schiantato contro l’altra torre. Abbiamo visto gente che si gettava dai grattaceli. Poi entrambe le torri sono crollate, piene di impiegati e soccorritori. Più tardi ci avrebbero mostrato immagini di volti insanguinati, persone ustionate, gente sbigottita, terrorizzata, confusa, profondamente afflitta e angosciata. Persone sporche con i vestiti laceri e il volto bruciacchiato. Il secondo aereo che arriva virando e scompare all’interno della seconda torre con una grande esplosione.

Più o meno mentre accadeva tutto questo, il Presidente degli Stati Uniti volava sull’Air Force One verso mete sconosciute, come prevedono i piani di difesa nel caso di pericolo per la Casa Bianca e un terzo aereo si abbatteva contro il Pentagono. E poi si parlò di un'auto bomba contro il Dipartimento di Stato e di un incendio al Congresso provocato, anche questo, da un'esplosione. Era in volo un quarto aereo che si sarebbe schiantato chissà dove. Nessuno sapeva quanti altri aerei bomba fossero in volo né quali altri attacchi sarebbero stati sferrati né quando né dove. Non si parlava di alcuna manovra di difesa nei cieli americani. Eravamo insomma spettatori inermi di qualcosa che poteva apparire come l’inizio di una terribile guerra. Non era chiaro che cosa stesse succedendo negli Stati Uniti ma serpeggiava la sensazione che si trattasse di qualcosa che nel giro di pochissimo avrebbe potuto riguardare pesantemente anche noi italiani.

Non abbiamo visto (perlomeno io) persone ferite gravemente, ma il giorno dopo abbiamo appreso dal racconto di testimoni che c’erano arti sparsi in una piazza vicina, che fino a pochi giorni prima veniva usata per concerti, e che la pelle di una donna era stata vista da un nostro connazionale “colarle giù dal corpo”, come liquefatta. Si parlava di ventimila vittime. Si parlava di persone sepolte sotto tonnellate di macerie che cercavano aiuto con il telefono cellulare. Manhattan era oscurata da una densa nube di fumo, visibile dai satelliti, e molta gente girovagava in stato di confusione. Non solo anche in Italia abbiamo avuto la percezione nettissima che stesse accadendo qualcosa di spaventoso e orribile, che aveva terrorizzato la gente di Manhattan, ma i primi commenti del governo americano, della stampa e dei capi di Stato di altri Paesi hanno fatto subito pensare che gli Stati Uniti avrebbero reagito con bombardamenti “alla cieca” e che, se ciò fosse avvenuto, anche noi italiani ci saremmo presto trovati in una crisi internazionale gravissima dagli sviluppi inimmaginabili. Credo che il sentimento di molti, oltre che il mio, sia stato di incredulità, impotenza e orrore.

Le immagini e le interviste a vittime, superstiti e responsabili di governo, unite alla prospettiva di essere a nostra volta vittime di azioni terroristiche e di guerra, con tutte le sofferenze che ne conseguirebbero, possono aver creato anche a molti di noi un trauma psicologico.

Il trauma deriva dall’irruzione nella coscienza non solo di un pericolo mortale – la cui percezione e rappresentazione, per nostra predisposizione biologica, può assumere priorità su ogni altra funzione o attività personale – ma anche dal fatto che tale pericolo è inaspettato 1) per la forma che assume e per il 2) momento e 3) il luogo in cui arriva. Vivere con la coscienza di tutti i pericoli è impossibile e inutile: potremmo tranquillamente morire di qualcosa da cui non ci stiamo difendendo. E vivere con la coscienza della nostra precarietà è angosciante. Se la morte arriva travestita, e si toglie la maschera all’improvviso quando è vicina a noi, restiamo traumatizzati. Parte del trauma è in questo rivelarsi improvviso del pericolo per noi e per i nostri legami. (La morte è dissacratoria, e profana il nostro ordine.)

    Di fronte a un pericolo, il nostro corpo e la nostra mente entrano in uno stato di allarme e mobilitazione, poiché dobbiamo essere pronti ad attaccare o fuggire. Ma quando il pericolo è privo di un’identità precisa, è in mezzo a noi, colpirà quasi sicuramente in modo micidiale – come è già avvenuto – e abbiamo constatato che non siamo in grado di riconoscerlo e difenderci, possiamo trovarci personalmente in uno stato di allerta costante. Questo stato si chiama ansia. E lo “stato di iperattivazione generale” è uno dei raggruppamenti di sintomi costitutivi del Disturbo acuto da stress e del Disturbo post-traumatico da stress. Un altro raggruppamenti di sintomi del Disturbo acuto da stress e del Disturbo post-traumatico da stress è “l’evitamento degli stimoli associati al trauma”. Sul piano collettivo stiamo evitando New York e gli Stati Uniti, gli aereoplani e i musulmani (e le persone che assomigliano loro).

L’analogia fra questi disturbi e alcune reazioni collettive a cui abbiamo assistito qui in Italia potrebbe continuare; mi limito qui a sottolineare la parentela fra “tendenza a ripetere l’esperienza dell’evento nelle immagini mentali, nei pensieri, nei sogni, nelle illusioni o nei flashback” e la tendenza a riproporre le immagini delle torri gemelle incendiate.

Mi pare che la nostra ansia, il nostro “trauma”, sia dipeso dalla quantità, della qualità e della tempestività delle immagini e delle notizie proposte e riproposte da televisioni, radio, quotidiani, riviste, siti Internet di informazione. Sono usciti numeri speciali di riviste, fra cui “Panorama” che titolava “La terza guerra mondiale?”. Alla TV c’è stata una quantità straordinaria di edizioni speciali di TG – con la messa in onda delle immagini in diretta della CNN – e di programmi dibattito come quelli di Santoro e Vespa. Anche questo sconvolgimento dei palinsesti può essere stato vissuto come un segno tangibile della gravità della situazione. Alcune reti e alcuni programmi hanno cercato, com’è loro consuetudine, di portare in primo piano gli aspetti più emotivi della situazione, mostrando giornalisti che parlano concitatamente, mandando in onda le ultime frasi di alcune vittime, registrate nelle segreterie telefoniche della famiglia, intervistando donne e uomini, ormai vedovi, sui dettagli del loro vissuto nei momenti più drammatici, o su quanto era successo subito prima e subito dopo la tragedia nelle loro famiglie.

L’informazione sui fatti americani è stata solo una parte. Poi ci sono state le reazioni politiche italiane, spesso concitate, espressive di un forte livello di emotività.

Nelle conversazioni fra di noi ci siamo mostrati sbigottiti, preoccupati, profondamente amareggiati e indignati. Si è parlato del rischio di trovarsi in guerra. Ciò ci ha permesso di apprezzare il fatto che gli eventi americani hanno colpito emotivamente moltissimi italiani più o meno allo stesso modo.

L’effetto dell’informazione ha preso sostanza anche grazie alle conseguenze materiali che noi stessi abbiamo vissuto e stiamo vivendo – per esempio, l’andamento della borsa, il calo dei prezzi dei biglietti aerei, la chiusura delle moschee, le misure di sicurezza adottate per prevenire il rischio di attentati terroristici

Il disastro dell’undici settembre è sopraggiunto portando in primo piano nella nostra coscienza una serie di contrasti stridenti, angoscianti e difficili da risolvere e integrare. La paura si è mischiata con la percezione di una serie di incongruenze e contraddizioni che ci confondono.

Integrazione/razzismo. Il “crogiolo delle razze”, luogo simbolo dell’integrazione delle etnie diventa il luogo simbolo del “pericolo musulmano”, della diffidenza e del sospetto verso “arabi e musulmani”. Le prime dichiarazioni di Bush, che parlano di crociata e di guerra fra religioni, e gli appelli di vari leader musulmani alla Jihad, la guerra santa, provocano come previsto un’esplosione di intolleranza verso gli immigrati di religione musulmana: nel nostro intimo ci scopriamo tutti sospettosi e timorosi verso gli extracomunitari; sul piano concreto invece a New York fioccano minacce e vessazioni di ogni genere verso gli immigrati presumibilmente musulmani (poiché ci si basa sullo stereotipo, vengono colpiti asiatici e africani non musulmani), i piloti aerei non volano se c’è a bordo qualcuno che “somiglia a un terrorista”, in alcuni Paesi occidentali vengono chiuse le moschee, negli Stati Uniti molti musulmani lasciano la loro casa e un po’ in tutto il mondo occidentale c’è una ventata di razzismo e intolleranza verso gli immigrati di religione musulmana, presunta o reale.

Fortunatamente si stanno affermando – per lo meno a livello di governi occidentali – alcune distinzioni importanti: 1) le motivazioni religiose, nella guerra dell’Islam contro l’occidente, sono solo la maschera di motivazioni di ordine politico ed economico; 2) la reazione occidentale non è o non sarà la lotta del “bene contro il male” né una “crociata” né una guerra santa né la guerra di una cultura superiore contro una cultura inferiore, ma un’azione mossa da esigenze di sicurezza e mirata a colpire i responsabili di atti terroristici; non quindi una guerra contro religioni, etnie o Stati (nella misura in cui i governi di questi Stati non proteggono terroristi); 3) l’integralismo islamico non è la stessa cosa dell’islamismo: i musulmani sono pacifici e hanno rispetto per la vita umana tanto quanto i cristiani; e forse 4) fra gli integralisti non tutti sarebbero disposti a morire per colpire “l’occidente infedele e corrotto”.

Il nemico è un esterno/il nemico è fra noi. Colpisce molto che un attacco di queste proporzioni agli Stati Uniti possa essere stato concepito, organizzato e realizzato all’interno degli USA, da persone che negli USA vivono, lavorano e si sono addestrate a compiere l’attentato. E che negli Stati bersaglio dell’integralismo islamico violento vivono molte altre persone pronte a commettere azioni simili.

Confonde anche il rapido mutare delle coalizioni e dei nemici: per esempio, pochi anni fa Bin Laden combatteva i russi con armi statunitensi e oggi i russi concedono agli Stati Uniti un appoggio informativo e logistico preziosissimo per eliminare Bin Laden.

Il pericolo è un oggetto da guerra/un oggetto familiare. L’arma micidiale che ha sterminato cinquemila persone non era una bomba o un congegno militare ma un oggetto utile della nostra quotidianità. Possiamo difenderci dagli oggetti della quotidianità? E se gli integralisti islamici inquinassero la nostra acqua e contaminassero il nostro cibo o la nostra aria, come pare si apprestino a fare? Come possiamo diffidare di ciò che ci è familiare e indispensabile?

Ammirazione/orrore per gli organizzatori ed esecutori dell’attentato. Alcuni di noi, che pure sono avviliti per la constatazione degli effetti di tanto odio, hanno colto in loro stessi una sorta di divertimento o di compiacimento nel vedere realizzarsi un piano terroristico fantapolitico imponente e geniale. Chi non si vuole sbarazzare rapidamente di questi sentimenti vergognosi ha di che interrogarsi sulla propria natura pacifista.

La vita umana è sempre e comunque sacra/la vita umana ha un valore relativo. La morte, rimossa dalla nostra coscienza, irrompe come una profanazione schifosa. 1) Gli attentatori hanno accettato di morire pur di colpire. 2) I passeggeri degli aerei si sono trovati all’interno di una bomba. 3) La gente di New York è stata massacrata. Teste e arti mozzati, corpi bruciati, trafitti, sepolti, sporchi. La puzza di cadavere. La gente che si accalca. I corpi sotto le macerie. 4) Centinaia di pompieri entrano nella torre che crollerà poco dopo, senza curarsi della propria vita. 5) Bisogna rispondere con la guerra alla guerra. I giovani palestrati e abbronzati, quelli preoccupati perché in sovrappeso a causa dell’opulenza, i nostri giovani, potrebbero andare a morire in guerra. Anche chi è contrario alla pena di morte sembra riconoscere che “se la guerra va fatta, va fatta”. Il valore assoluto del rispetto della vita umana, riconosciuto anche per la vita di un assassino, sembra vacillare quando l’entità del delitto assume le proporzioni di un atto di guerra devastante. 5) Migliaia di famiglie perdono improvvisamente una persona cara.

Non solo ci sconvolge vedere che di colpo la vita di molte persone viene spazzata via come fosse priva di valore ma ci turba renderci conto che non viviamo con la stessa intensità la tragedia dell’undici settembre e quella che si rinnova quotidianamente in Iraq e nelle altre zone di guerra. Forse, se tutte le reti televisive ci riproponessero continuamente, da tutte le angolature, le immagini della distruzione in questi Paesi, se potessimo vedere le persone mutilate, imbrattate e disperate, se potessimo sentire le testimonianze e i racconti così come è successo e sta succedendo per la tragedia americana, apprezzeremmo maggiormente la gravità della profanazione della vita di queste altre persone.

Lusso/miseria. Il culto della bellezza e del fitness si infrange contro i suicidi, la gente bruciata, disintegrata, sdraiata in terra, sporca, che respira polvere. A New York la gente in analisi trova ingiusto continuare il percorso di autoconoscenza quando c’è gente che sta ben peggio. Passiamo brutalmente dalla frustrazione e le ansie per il mancato raggiungimento dei nostri ideali di bellezza, salute, popolarità, estroversione, simpatia, al rischio di trovarci – se si dovesse realizzare il peggiore scenario, quello della guerra tra religioni, che era stato prospettato nei giorni immediatamente successivi all’attentato – alle prese con i bisogni più bassi nella piramide dei bisogni umani. Se ci siamo abituati a ignorare le immagini di fame e di guerra provenienti da posti lontani, o anche vicini, ma poco frequentati dai reporter e poco presenti nei nostri pensieri, si prova invece un senso di irrealtà nel vedere che alla TV si alternano le immagini di morte e distruzione di Manhattan con gli spot pubblicitari di beni di lusso, i pettegolezzi sulla vita dei VIP e le idiozie del Grande Fratello. Ma difendere la pace significa difendere anche il gioco, la banalità, la spensieratezza, la noia, il superfluo, il lusso. Si vive il contrasto tra opulenza e miseria anche pensando al contrasto fra Stati Uniti e Afganistan o (fra israeliani e palestinesi). Si parla di gettare bombe e insieme alimenti dai cieli Afgani.

Simboli di potere/simbolo di impotenza. Sono proprio i simboli del potere economico, culturale e militare statunitense ad essere improvvisamente devastati senza che sia possibile neppure accennare a un tentativo di difesa. Lo Stato militarmente più potente al mondo, che fino al giorno prima poteva permettersi di compiere e realizzare scelte di politica internazionale senza cercare consensi, che non era mai stato attaccato sul proprio territorio (fatta eccezione per Pearl Harbor), dotato dei mezzi tecnologici e i servizi di informazione più efficienti della Terra, lo Stato che controlla tutto e tutti attraverso i satelliti e il monitoraggio dei mezzi di comunicazione subisce un attacco di proporzioni enormi in uno dei luoghi più popolati, economicamente più nevralgici e più rappresentativi dell’America nell’immaginario di tutto il mondo.

La guerra è lontana da noi/vicina a noi. L’espressione “terza guerra mondiale”, finora riferita a un’eventualità astratta e remota, quasi fantasiosa, quasi impossibile, connessa com’è all’idea di un momento di scelleratezza collettiva di molti capi di governo e delle diplomazie internazionali, piomba improvvisamente nella mente di tutti, alimentata con il consueto spirito di sciacallaggio da alcuni mezzi di informazione. La “bomba atomica”, che sin da bambini gli uomini e le donne della mia generazione avevano imparato a considerare uno di quegli errori storici che nella società occidentale non potrebbero mai essere ripetuti, diventa una minaccia che gli Stati Uniti utilizzano per spaventare il governo dei Taliban e alla quale potremmo esposti tutti.

Divisione tra e nelle nazioni occidentali/unione tra e nelle nazioni occidentali. Il G8 di Genova: gli italiani e le società occidentali sono divise al loro interno. I no-global criticano la politica occidentale nei suoi aspetti di globalizzazione dell’economia e della cultura. La sinistra parlamentare critica la gestione dell’ordine pubblico da parte del Ministro degli Interni, del Capo del Governo e delle forze dell’ordine. Arrivano molte critiche anche dalla stampa estera e dai politici di tutto il mondo.

Di fronte alla minaccia di una guerra mondiale di religioni, gli italiani e le società occidentali si uniscono fra loro e al loro interno. Il male è ancora fra noi, ma ora è un esterno infiltrato. Bush ottiene un consenso mai raggiunto da un presidente americano: 90% circa. Bertinotti al programma televisivo “Porta a Porta”, si autocensura e sceglie deliberatamente di non criticare la politica estera americana. La Lega istituisce il pregiudizio etnico proponendo, sull’onda della paura, l’equazione: immigrato = terrorista.

Amore/morte. Di fronte alla prospettiva della morte e della guerra, ci stringiamo ai nostri figli, coniugi, familiari, amici e ci sentiamo fratelli di persone che vivono dall’altra parte del mondo e che magari fino a pochi minuti prima avevamo criticato aspramente. Di fronte alla morte imminente, sia sull’aereo poi caduto a Pittsburg, sia sulla prima delle tue torri a essere colpita, molte persone hanno contattato il coniuge per dirgli che probabilmente stavano per morire e ribadire il proprio amore. Solidarietà ai soccorritori. Cerimonie commemorative.

Pace con le armi/pace senza armi. Chi può veramente credere che si possa raggiungere la pace con l’uso delle armi? E chi può veramente credere che si possa raggiungere la pace senza usare armi? È allora possibile raggiungere la pace? E se non è possibile...?

Ci si potrebbe soffermare anche su altri contrasti stridenti che ingolfano la nostra mente, come quelli contenuti nell’idea di un nemico senza identità o di una guerra senza Stati. O nell’idea del kamikaze: un nemico che non teme di morire è un nemico imprevedibile e difficile da dissuadere con minacce. Oppure su altre contraddizioni ulteriori come quelle della religione come guerra o dell’informazione come strumento politico e di guerra. Ma in conclusione vorrei soffermarmi brevemente su un ultimo contrasto: è impressionante constatare come l’ordine materiale, logico e temporale delle cose sia così essenziale per il nostro senso di sicurezza. Il caos che ci angoscia non è solo quello dell’ambiente fisico e sociale dei luoghi colpiti dalle calamità ma anche quello della nostra mente che cerca di darsi ragione di eventi di morte che fanno inevitabilmente parte della vita, che cerca di spiegare, capire, distinguere, integrare, trovare soluzioni o accettare.


© Gabriele Lo Iacono, 2004

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