21 settembre 2004 - SUI LUTTI DI BESLAN
di Gabriele Lo Iacono


Non sarà solo la perdita dei legami con i figli, i parenti e gli amici che i cittadini di Beslan dovranno patire. Il loro lutto sarà molto particolare. I loro cari sono stati uccisi, non si sa bene come, per mano di chi, né perché.

I bambini sfuggiti ai rapitori, i loro genitori, i soccorritori e gli stessi militari conserveranno nella loro mente le tracce indelebilmente impresse di una vicenda terribilmente cruenta e confusa. Sono stati per giorni nell’incertezza, nel caos e nel terrore, con la consapevolezza che una minaccia gravissima pendeva sulla testa dei loro cari e sulla loro.

E poi per molti questa minaccia si è concretizzata: il rapimento è finito nel peggiore dei modi, fra esplosioni, crolli, sparatorie, linciaggi, esecuzioni.

Mentre noi cerchiamo di proteggere i nostri figli dalle immagini televisive violente, centinaia di bambini di Beslan sono stati trucidati, usati come cose prive di ogni valore e dignità. Costretti a bere urina, a scappare nudi e insanguinati calpestando i cadaveri dei compagni, a morire sparati alle spalle o in testa a bruciapelo. Ragazze violentate, persone bruciate vive, sepolte sotto le macerie, uccise con freddezza o persino compiacimento. Questo oltraggio alla vita umana è stato un insulto a quello che una comunità ha di più caro. Un messaggio di profondo disprezzo e odio che non avrebbe potuto essere più chiaro, e che ora sta suscitando nelle vittime sentimenti di rabbia e disperazione accompagnati da un desiderio di giustizia e rivalsa.

I 30.000 abitanti di questa cittadina parleranno per anni di quello che è successo nel settembre del 2004. Si consumeranno dalla voglia di conoscere un tassello in più di quel quadro confuso, con il proposito di evitare che un giorno possa ripetersi qualcosa di simile. Di fronte a un evento così ineluttabile e orrendo la gente ha bisogno di capire, di dare un senso a una vicenda assurda e orribile. Cosa hanno visto gli ostaggi, cosa hanno provato, cosa si sono detti in quei giorni? Come è potuto maturare nei sequestratori tanto disprezzo verso di loro? Perché hanno ucciso proprio loro? E quando saranno i figli a fare questo domande, e vorranno sapere se ora è tutto finito, i genitori faranno veramente fatica a rassicurarli sul loro futuro.

Terrore, orrore e senso di impotenza nei confronti di una minaccia per la vita propria o dei propri cari: sono questi gli ingredienti di un trauma psicologico. Ogni persona coinvolta nelle vicende di Beslan le avrà vissute dal suo particolare punto di vista e reagirà al trauma a suo modo.

Ma possiamo prevedere alcune reazioni tipiche. Qualcuno non ne vorrà parlare, perché il dolore evocato dal ricordo sarà insopportabile. Ma inevitabilmente le immagini, le urla, gli spari, i volti terrorizzati, l’angoscia della morte torneranno nella mente, nei giochi e nei disegni dei bambini, negli incubi di chi riuscirà a dormire, nei motivi di paura. Irromperanno nella coscienza non solo ogni volta che qualche luogo o persona associati alla circostanza li richiamerà, ma anche quando la gente di Beslan proverà a tornare alla normalità. Superstiti e soccorritori saranno tormentati dalla rabbia e dal rimorso nella convinzione giustificata o ingiustificata di non aver fatto tutto il possibile per salvare una vita umana.

Per qualcuno il dolore sarà troppo grosso e chiuderà i ponti sia con l’esterno, sia con certi aspetti della sua esperienza interiore. Non proverà più sentimenti di fiducia, di amore e di gioia; sarà indifferente alle altre persone. Proverà per sé lo stesso disprezzo dimostrato dai suoi aguzzini. Perderà interesse per la vita, in un mondo dove senza preavviso e senza motivo un ragazzo può essere trucidato a scuola, il luogo in cui ci si prepara a essere delle persone migliori. Vivrà nell’angoscia e perderà fiducia nel genere umano, che sa essere feroce e senza pietà. Non riuscirà a immaginare che in futuro potrà esserci mai qualcosa in cui credere e di cui entusiasmarsi. La vita gli sembrerà assurda; il mondo, ingiusto, incomprensibile, imprevedibile, incontrollabile.

Qualcuno, con il tempo, riuscirà invece in qualche modo ad accettare l’accaduto pur nella sua gravità e insensatezza, a considerarlo un episodio concluso del passato, e arriverà addirittura ad amare di più la vita propria e dei propri cari, apprezzandone ogni momento.

Nulla potrà mai cancellare i segni di questa vicenda. Eppure le dimostrazioni di solidarietà che si attivano all’interno della comunità o che provengono dall’esterno potranno rassicurare i superstiti con un segno concreto del fatto che nel mondo non c’è solo indifferenza e spregio per la vita umana. Ora è importante che i superstiti stiano lontani da ulteriori scene di morte e distruzione e che si stringano con amici e parenti, moralmente e fisicamente, anche in cerimonie e commemorazioni, per farsi coraggio a vicenda.

Le conseguenze psicologiche di queste esperienze saranno pesanti e, oltre all’affetto dei cari e ai segni di solidarietà, qualcuno potrà avere bisogno del sostegno di psicologi che ascoltino chi ha bisogno di raccontare, e che aiutino a interpretare, prevedere e arginare lo sconvolgimento emotivo e la disorganizzazione mentale dei superstiti, a organizzare il ricongiungimento fra le persone che si sono perse, a riorganizzare la comunità e ritornare alla routine quotidiana, a rispondere con umanità anche ai bisogni materiali della comunità colpita. Ben vengano anche gli psicofarmaci spediti dall’Italia che potranno aiutare qualcuno ad attenuare l’agitazione, lo smarrimento e la disperazione.



    home > blog

BLOG
SITO IN COSTRUZIONE


HOME

BLOG

AIUTO
PSICOLOGICO

OFFERTA FORMATIVA


LIBRI

Chiedi una consulenza gratuita online o presso il mio studio di Trento!