GABRIELE LO IACONO
Psicologo Psicoterapeuta

foto

Dal mio punto di vista questa autobiografia dello psichiatra Irvin Yalom riveste un interesse di tipo prevalentemente storico-biografico. I contributi teorici sono ridotti a poche frasi isolate. Dello stesso autore ho già letto Il dono della terapia e Psicoterapia esistenziale, due opere ricchissime di spunti utili e abbastanza rari per il lavoro di psicoterapeuta, ma che non espongono in maniera sistematica un metodo psicoterapeutico originale; d'altra parte, in questo libro l'autore dichiara esplicitamente di non avere avuto l'intenzione di esporre un approccio psicoterapeutico nel secondo titolo citato, ma di avere semplicemente sollecitato l'attenzione degli psicoterapeuti alle tematiche esistenziali.

La lettura dei libri di questo autore, in generale, mi è utile perché mi fa sentire meno solo nel mio modo di fare lo psicoterapeuta: anche io, come il maestro, non potrei fare a meno di confrontare autenticamente l'esperienza esistenziale del paziente con la mia. Anche io - forse anche più di lui - intendo tanti problemi riferiti dai pazienti in terapia come semplici aspetti della vita più che come “anormalità” psicopatologiche. Anche io detesto le diagnosi e i trattamenti standardizzati, i protocolli. Anche io ho bisogno di essere autentico, rivelando le mie perplessità e le mie incertezze senza nascondermi. Anche io sono profondamente convinto dell'importanza dei cosiddetti "fattori aspecifici" nella psicoterapia: la semplice presenza dello psicoterapeuta nel ruolo sociale di guaritore (con tutto ciò che ne alimenta il prestigio), l'attenzione positiva al paziente e ai suoi racconti, l'ascolto interessato, il calore, l'empatia, l'accettazione incondizionata, l'ottimismo e la speranza, i segni concreti di considerazione e rispetto e via dicendo.

La carriera di Yalom come psicoterapeuta è anche la dimostrazione del fatto che nella stanza della psicoterapia ci sono due persone nevrotiche con i loro problemi e le loro eredità psicologiche familiari e culturali, e che è assolutamente inutile o perfino controproducente fingere di essere semplici specchi riflettenti privi di tutto ciò, come certi psicoanalisti a cui il nostro autore si è rivolto per formarsi come psichiatra o quando ha avuto particolarmente bisogno di aiuto. Peccato che rinunci a prendere posizione su certe novità della psichiatria biologica, ammettendo onestamente i propri limiti di aggiornamento e formazione dovuti all’età. Interessanti e condivisibili le brevi considerazioni sull'utilità della psicoterapia attraverso SMS in uno degli ultimi capitoli.

È stato interessante per me scoprire che l'autore ha avuto contatti con figure di spicco nella storia della psicoterapia, come Rollo May, Carl Rogers, Ronald Laing, Victor Frankl, Bruno Bettelheim. E non sapevo che avesse avuto un ruolo così importante nella storia della psicoterapia di gruppo, anche se alcune cose che ha fatto con i gruppi, e che ha descritto in questo libro, non mi sembrano proprio geniali. Ignoravo che a un certo punto della sua carriera avesse deliberatamente rinunciato agli aspetti medici del lavoro (per esempio la somministrazione di psicofarmaci) per dedicarsi ai suoi interessi filosofici ed esistenziali. Apprezzo e condivido pienamente questa sua svolta - anche io, che faccio questo lavoro da più di trent'anni, ho trovato molti più stimoli nella letteratura e nella filosofia rispetto alle pubblicazioni specialistiche.

Una frase che mi è piaciuta particolarmente è quella che sintetizza i maggiori contributi di Herbert "Harry" Stack Sullivan: "… la maggior parte dei nostri pazienti cade in preda alla disperazione per l'incapacità di stabilire e mantenere relazioni interpersonali in grado di offrire un sostegno reale”. Attraverso la sua autobiografia scopro quale profonda influenza abbia avuto su di lui l’approccio interpersonale.

Un altro concetto utile, che Yalom ha appreso da John Clare Whitehorn: “L’autostima del paziente viene aumentata dal vostro interesse e dalla vostra disponibilità a essere istruito da lui, e voi venite istruito e alla fine sapete tutto quello che vi occorre sulla sua malattia”. Peccato per la traduzione: Serena Prina è un’ottima traduttrice quando si occupa di romanzieri russi, ma questa traduzione - come quella di Psicoterapia esistenziale - è piena di problemi. Credo di avere le competenze per fare questa affermazione perché ho tradotto dall’inglese più di cento libri.

Particolarmente interessante, per me, il fatto che Yalom sia stato allievo di Jerome Frank, e mi chiedo in che misura questo aspetto formativo abbia contribuito al suo interesse per i cosiddetti fattori aspecifici nell'efficacia della psicoterapia, su cui ho fatto la tesi di laurea nel 1994. Interessante anche vedere come la parabola dell'autore si collochi rispetto alla storia della psichiatria americana. Mi sembra di vedere, nel suo modo di intendere la psicoterapia, anche l'influsso dell'approccio interpersonale di Adolf Meyer, primo psichiatra in capo alla John Hopkins.

In uno degli ultimi capitoli, l'autore ammette che la notorietà ha gonfiato il suo ego. Questo libro in vari punti lo dimostra chiaramente. Per come si racconta, sembrava molto preoccupato della propria fama di gloria, tanto che salta all'occhio quanto desse la precedenza a questo aspetto della sua vita rispetto alla famiglia e al matrimonio. È sconcertante quello che dice a proposito della crisi in cui si è trovato per via del fatto che la moglie era concentrata, a un certo punto, sulla propria carriera: arriva rapidamente a minacciare la separazione perché si sente trascurato, mentre sembra evidente dal racconto che la moglie si è messa in secondo piano per favorire la sua carriera, adattandosi ai continui traslochi e viaggi resi necessari dalla sua formazione, dal suo lavoro di psichiatra, dalla sua scrittura, che avviene quasi sempre nel corso di permanenze all'estero e anni sabbatici.

Altrettanto sconcertante, se non di più, che Yalom attribuisca la soluzione della propria crisi matrimoniale a una pillola di ecstasy. Non nego che possa essere accaduto - tutti sanno che l'ecstasy risveglia sentimenti di amore - ma quello che mi sorprende è la mancanza di un approfondimento dei sentimenti e delle dinamiche interpersonali nel rapporto tra sé e la moglie. In generale, mi ha colpito la mancanza di spessore psicologico dell'autore; questo è un aspetto che mi ha deluso profondamente perché avevo molta stima di lui. Sembra una persona priva di spirito, di “poesia”, un aspetto che si riflette nella mancanza di inclinazione per la musica, per il lavoro manuale e per le lingue. Trovo che non abbia nemmeno un briciolo di senso dell’umorismo. Vedo una mancanza di spirito anche nel fatto che da ragazzo leggesse le autobiografie in ordine alfabetico e che ne abbia letta almeno una per ogni lettera dell’alfabeto. Mi pare un modo poco ispirato di soddisfare la propria sete di conoscenza.

Emergono numerosi aspetti di snobismo: i continui riferimenti ai viaggi, agli amici “importanti”, ai ristoranti di lusso, alle fondazioni miliardarie che gli finanziano trasferte ed eventi, talvolta ai domestici e servi nelle località turistiche… D’altra parte riconosce di essere stato dominato per tutta la vita da un bisogno di riscatto dalle sue umili origini. Davvero irritante l’episodio in cui l’amico entra nel ristorante di lusso con la maglietta frusta e poi, per risolvere la situazione, compra la camicia del cameriere. Molto arrogante, molto americano. Molto americani anche certi commenti dell’autore, come quello sulla generica “cultura asiatica”, alla fine di un capitolo: come se in un intero continente fosse onnipresente la stessa cultura! Imperdonabile la mancanza di preparazione sul buddismo prima del viaggio in India: qui Yalom dimostra di sottovalutare i suoi lettori, di pensare che siano più ignoranti di lui. È molto ingenua la sua speranza di capire qualcosa di più, a proposito di un certo autore che gli interessa, visitando i luoghi in cui ha vissuto quell’autore; ma lo fa perché ci crede veramente o perché è in cerca di cose da raccontare nei suoi libri? Farebbe meglio a studiare l’autore e il suo contesto storico e letterario.

Trovo sciocco il tentativo di ricevere un'ispirazione dallo spirito di Baruch Spinoza reggendo in mano i libri che lui avrebbe avuto nella sua libreria e mi indigna il fatto che abbia iniziato a scrivere un libro sul filosofo olandese prima ancora di averne letto ("con difficoltà", come ammette lui stesso) le opere e la biografia! Siamo al limite della frode.

Per me, che conosco discretamente l'opera di Arthur Schopenhauer per averla letta veramente, quello che dice sulla presunta "compulsione sessuale" del filosofo tedesco e sul fatto che tutti i suoi rapporti interpersonali sarebbero stati dominati dalle sue pulsioni sessuali è semplicemente incredibile. Mi sembra che abusi del proprio personaggio di psichiatra che svela il “dietro le quinte” della vita di personaggi famosi (e, in questo libro, della propria), forzando la realtà. I suoi commenti sulla personalità di Schopenhauer sono superficiali e tutto sommato sciocchi. Trovo di dubbio gusto l’idea di suscitare nel lettore l'impressione della propria straordinaria potenza psicoterapeutica lasciando intendere che avrebbe potuto aiutare persino Arthur Schopenhauer - operazione che, nel capitolo dedicato al filosofo tedesco, ammette esplicitamente di aver fatto! A parte che dubito fortemente che Schopenhauer avrebbe accettato questo tipo di “aiuto” - perché ciò che egli afferma sulla vita ha una portata universale, come le analoghe affermazioni di Giacomo Leopardi, e non può essere ridotto a espressione di un malessere individuale - mi pare che qui, come altrove in questa autobiografia, Yalom riveli un attaccamento alla fama e al denaro che non mi appartiene, e che forse lui potrebbe avere ereditato dal padre, un piccolo commerciante ebreo capace di correre di nascosto nel negozio a fianco, se un cliente gli chiedeva un prodotto che lui non aveva in bottega, per poi rivenderglielo a prezzo maggiorato. Yalom commercia in monete antiche in Grecia; Yalom da studente misura la pressione dello zio dell'amico con cui gioca a carte in cambio di cinque dollari anziché gratis come si farebbe tra persone per bene; Yalom sottolinea spesso il valore pecuniario delle cose, la maggiore o minore vantaggiosità delle sue transazioni commerciali eccetera.

Sarebbe sciocco immaginare che un'autobiografia possa essere un ritratto obiettivo e completo di se stessi. Ciò nonostante, lo ripeto, questa autobiografia manca di spessore psicologico. L'autore qui e in altre sue opere va fiero della propria autenticità e sincerità, che permeano tra l'altro il suo lavoro; tuttavia, quando parla, per esempio, del ritorno dall'India e del buio periodo di sedici mesi che ne è seguito, non prova a ricondurre la propria mancanza di energie e di motivazione a un quadro depressivo legato, per esempio, a una situazione matrimoniale e/o familiare o a una crisi lavorativa, quando ci sarebbero motivi per ipotizzarlo. Anzi, in uno dei primi capitoli l'autore dichiara di non avere mai sofferto di depressione.

Un altro aspetto che mi colpisce è che qui il nostro autore usi solo o prevalentemente parole negative nei confronti della psicoanalisi, un approccio che in realtà permea il suo modo di pensare e praticare la psicoterapia e lo si vede per esempio nell'importanza che attribuisce all'analisi dei sogni e del transfert (d'altra parte in altre opere dichiara, per esempio, l'importanza che ha avuto per lui il pensiero di Karen Horney). Fanno eccezione le parole di stima e apprezzamento per Hill e Will, primi modelli positivi nella sua fase formativa iniziale. Sebbene io apprezzi il suo lato iconoclasta, qualche volta critica negli altri atteggiamenti propri, come fa quando si dice deluso da Victor Frankle - autore che prima di lui ha fondato la psicoterapia su un approccio esistenziale - perché sarebbe stato troppo preoccupato della propria gloria.

Ambiguo anche il rapporto con l'ebraismo. Dice di rifiutare la religione e le usanze ebraiche ma, per esempio, fa circoncidere i figli e c’è almeno un riferimento alla bar mitzvah di uno di loro.

Forse alcuni limiti di questo libro sono dovuti all'età dell'autore al momento della scrittura: ottantacinque anni. Ci sono ripetizioni, per esempio il riferimento al ripple effect, un fenomeno che all'autore sta a cuore forse proprio per la sua angoscia della morte; nel sottolineare che ciò che si fa nella vita può avere ripercussioni lontane, geograficamente e temporalmente, l'autore esprime la propria incapacità di accettare che la sua esistenza abbia un termine, e probabilmente sopravvaluta la portata generale del fenomeno in questione, che vale sicuramente per lui, autore amato in tutto il mondo, ma non altrettanto per la maggior parte delle persone che hanno pochi amici e pochi parenti e il cui passaggio sulla terra verrà dimenticato entro uns, due o al massimo tre generazioni. Altre ripetizioni riguardano la sua preoccupazione per l'invecchiamento e il problema “a che età smettere di vedere pazienti”.

Nella smania di raccontare i dietro le quinte, Yalom rivela particolari che farebbe meglio a omettere. Non credo sia una buona idea raccontare di avere avuto accesso al carteggio di Ernest Hemingway grazie all'indiscrezione dell'amico che se lo è letto e lo ha registrato su nastro. Non è bello raccontare dei difetti di memoria di Rollo May, che in una conferenza avrebbe ripetuto più volte un aneddoto già raccontato (Yalom a sua volta lo riferisce in almeno due occasioni, affermando, in uno degli ultimi capitoli, che avrebbe raccontato quell'aneddoto persino tre volte nella stessa conferenza). Denigra Frankle, perché avrebbe dato troppa attenzione all'episodio del pubblico che lo applaude in piedi per cinque volte, ma Yalom ci racconta quante copie dei suoi libri ha firmato, quanti isolati era lunga la fila delle persone precipitatesi da lui, scrive interi capitoli dedicati alle sue reazioni ai propri libri, che hanno vinto vari premi. A proposito di egocentrismo, sconcertante che abbia chiesto a una paziente obesa l'autorizzazione a scrivere una storia sulla propria difficoltà ad accettarne la grassezza, come è sconcertante che, durante un'intervista radiofonica in cui è stato attaccato per avere fatto questo, si sia difeso dicendo che quella storia “parlava di lui, non di lei”! Un episodio che non è all’altezza della sua fama di “campione di empatia”.

Nella penultima pagina del libro l'autore scrive: "Ho avuto una vita intera per esplorare, analizzare e ricostruire il mio passato, ma adesso mi sto rendendo conto che in me c'è una valle di lacrime e dolore, con i quali non verrò mai a patti”. Che cosa ne pensa lo psichiatra? Si tratta di un problema suo individuale o di un aspetto della condizione umana generale? Forse è venuto il momento di prendere più seriamente gli scritti di Arthur Schopenhauer?

Previous Post