La promessa del desiderio
Sophus Tromholt, ritratto di Inger Andersdatter Bæhr, 1883.
Qualche giorno fa ho assistito a uno spezzone di conversazione tra una donna e un uomo sulla sessantina. Lei: “Quanto mi piace un vestito così, sono anni che lo guardo e ci penso”. Lui: “Lo vuoi? Te lo regalo”. Lei: “Non so se preferisco averlo o continuare a desiderarlo”.
Quanto cambierebbe la vita di quella donna, ho pensato, se indossasse finalmente questo vestito? Al di là dell’euforia iniziale, potrebbe presto scoprire di non sentirsi minimamente diversa sotto il profilo di ciò che conta per lei, ma non potrebbe più cullarsi nella fantasia di sentirsi, così abbigliata, più serena, più sicura, più interessante.
Il dubbio di quella donna mi è sembrato molto saggio e mi ha ricordato una serie di circostanze in cui viviamo come una perdita, un impoverimento o, in definitiva, una delusione il passaggio da un piano di fantasia immaginosa e desiderante a un piano di possesso, piena disponibilità o esperienza sensoriale più diretta e concreta.
Il sogno tiene vivi. Finché si desidera, si conserva dentro di sé un’idea di bello o di buono, la lieta e implicita promessa di una gioia. Il soddisfacimento del desiderio lascia invece un vuoto. Il desiderio orienta, genera una tensione volta in una precisa direzione. Il soddisfacimento disorienta. Paradossalmente, l’abitudine a ottenere tutto ciò che si desidera rende avidi e insoddisfatti.
Credo che questo meccanismo si esprima in modo emblematico nella sfera sessuale: il desiderio, se coltivato a lungo, rende l’altro attraente, porta ad attribuirgli romanticamente ogni qualità positiva. L’orgasmo, specialmente se abituale e garantito, rende l’altro almeno provvisoriamente meno interessante, se non addirittura fastidioso.
Si desidera meglio ciò che resta in parte misterioso o sconosciuto. In ciò che non è ancora ottenuto può nascondersi una leggerezza non ancora corrotta o esaurita. Il vedo-non vedo, mostrarsi e nascondersi, concedersi per poi fuggire è un ingrediente fondamentale della seduzione. La distanza e la conoscenza parziale - magari anche solo via chat - possono rendere eterno un amore.
Ho sperimentato qualcosa di simile pochi giorni fa, visitando per la prima volta brevemente la Lettonia, l’Estonia e la Finlandia. Prima di partire ho letto buona parte del libro Anime baltiche, in cui Jan Brokken parla di Lettonia, Estonia, Lituania, e dell’enclave russa di Kaliningrad, attraverso la storia di alcuni personaggi famosi che lì sono nati o hanno vissuto. Pensavo, senza saperlo, che nel mio viaggio mi sarei calato in modo più pieno nell’atmosfera che ho percepito durante la lettura, ma quando sono stato lì, ovviamente, essa non c’era, se non per pochi istanti in qualche simbolo eloquente, come i tetti curvi e appuntiti di Tallin, la musica di Tõnu Kõrvits su Spotify, le rompighiaccio attraccate nella nebbia mattutina di un porto di Helsinki, le torri e le cipolle delle cattedrali luterane e ortodosse, la bandiera finlandese, la cartina storica della Lettonia o antiche fotografie di Sami.

A Helsinki, a richiamarmi l’episodio della donna è stata proprio la mancanza di quel sentimento che mi ero aspettato di vivere più a pieno. Mi è tornato in mente che tante volte è sufficiente la trasposizione cinematografica di un libro a lasciare delusi: improvvisamente i personaggi hanno un volto, delle movenze precise e una voce. Le scene hanno una durata e un’ambientazione definite. La lettura è invece un’esperienza che si mescola alla trama senza tempo dei pensieri del lettore, in cui si imbastisce in maniera molto più libera e fantasiosa che nelle immagini in movimento corredate di suoni.
Resta allora il dubbio: accontentarsi della foschia di un amore solo fantasticato o chiede il nitore, con il rischio di tornare presto nel buio?