L’illusione della volontà

Ognuno di noi ha un’idea delle qualità personali che vorrebbe possedere e dei difetti che non vorrebbe avere. Pubblicitari e campagne governative ci spingono, per esempio, ad avere un aspetto giovanile, ad essere sportivi o perlomeno attivi, a seguire una dieta “sana”, tenerci lontani da sostanze considerate nocive, essere di buon umore, coraggiosi e sicuri di noi stessi, essere socievoli, gestire le emozioni con un certo ritegno. Possiamo poi ammirare e prendere a modello chi manifesta doti quali l’intelligenza, la facilità di parola, il senso dell’umorismo, la prontezza di spirito, la generosità, la collaborazione, la cultura e via dicendo. E ci capita di essere rimproverati o esclusi per alcuni aspetti del nostro modo di fare.
È difficile che non ci sia uno scarto fra come ci si percepisce e questo sé ideale. Chi può dire di essere sempre contento di sé e all’altezza delle aspettative delle persone importanti della propria vita? Tuttavia ognuno ha il proprio carattere, che non è tanto malleabile. Che lo si chiami carattere, personalità, temperamento o indole, ognuno di noi ha un suo modo tipico di reagire alle medesime situazioni, il quale ha una forte inerzia. Quali aspetti del proprio comportamento ne facciano parte, ognuno lo scopre via via che procede nella vita, sulla propria pelle (e a volte su quella degli altri!). I messaggi pubblicitari e i guru del pensiero positivo ci hanno abituati a sopravvalutare il margine di controllo che abbiamo sul nostro comportamento e persino sul nostro corpo. Quando l’ottimismo infondato si scontra con gli insuccessi dei tentativi di cambiamento, affiora il senso di colpa e di incapacità per la propria ostinazione nel male. Possiamo sempre pensare che non abbiamo provato nel modo “giusto”, che c’è un’altra maniera per farlo. “Ecco, la prossima volta ci metterò più determinazione! Ci devo credere! Lo farò insieme a un/una amico/a. Terrò un diario degli antecedenti e gestirò le conseguenze. Seguirò il nuovo metodo pubblicizzato su Instagram. Seguirò il corso del guru, prenderò un coach, un motivatore”. E questo metodo più efficace potrebbe esserci oppure no; ognuno dovrà fare le sue prove per scoprire se per il suo caso funziona. Un aspetto curioso è che lo stesso metodo, applicato alla medesima abitudine (per es., il tabagismo), può funzionare più o meno bene in momenti diversi della vita. Personalmente ho smesso di fumare almeno cinque volte. A volte non mi è costato alcun sforzo – e attualmente non fumo, senza alcuna difficoltà, da sei o sette anni. Altre volte invece ho patito molto e alla fine ho dovuto rinunciare.
Nel libro La libertà del volere umano, Arthur Schopenhauer argomentò con fervore che quella che noi consideriamo la “nostra volontà” è un’illusione: noi crediamo di voler fare quello che facciamo, ma in realtà in futuro non potremo mai comportarci diversamente dal passato nella medesima situazione, in presenza del medesimo motivo. Infatti nel nucleo profondo del nostro carattere non possiamo volere qualcosa di diverso da ciò che vogliamo. Quando ci viene chiesto “Perché non smetti di abbuffarti / alzare il gomito / fumare / rimandare / rispondere maleducatamente / pretendere che tutti ti accontentino / ecc.?”, noi possiamo rispondere “Perché non voglio”. In quella risposta c’è un sottinteso, “Ora non voglio, in futuro potrei volerlo”, a cui si abbina la presunzione di poter controllare il proprio comportamento. Questa presunzione, potenzialmente illusoria, serve a risparmiarsi il dolore di dover ammettere “sono dipendente”, “prima o poi dovrò pagare il prezzo della mia cattiva abitudine” o “sto già pagando quel prezzo”.