Angoscia esistenziale e angoscia nevrotica

L'angoscia [esistenziale] del fato e della morte produce sforzi non patologici per raggiungere la sicurezza. Vasti settori della civiltà servono allo scopo di salvaguardare l'uomo contro gli attacchi del fato e della morte. Egli si rende conto che la sicurezza assoluta e definitiva è impossibile; e che la vita chiede ripetutamente il coraggio di rinunciare a una parte o perfino a tutta la sicurezza per amore della piena autoaffermazione. Nondimeno tenta di ridurre il più possibile il potere del fato e la minaccia della morte.
L'angoscia patologica del fato e della morte spinge a una sicurezza che è paragonabile alla sicurezza di una prigione. Chi vive in questa prigione è incapace di lasciare la sicurezza che gli danno i limiti che egli stesso si è imposto. Ma questi limiti non si basano su una piena consapevolezza della realtà. Perciò la sicurezza del nevrotico è irrealistica. Egli teme ciò che non si deve temere e giudica innocuo ciò che non lo è. L'angoscia che egli non riesce a prendere su di sé genera immagini che non hanno nessun fondamento nella realtà, ma sfida cose che dovrebbero essere temute. Cioè: si evitano pericoli particolari, per quanto questi difficilmente siano reali, e si soffoca la consapevolezza di dover morire, per quanto questa sia una realtà sempre presente. La paura fuori posto è una conseguenza della forma patologica dell'angoscia del fato e della morte.
La stessa struttura è visibile nelle forme patologiche dell'angoscia della colpa e della condanna. La normale, esistenziale angoscia della colpa spinge la persona a tentare di evitare questa angoscia (di solito chiamata " coscienza inquieta") evitando la colpa. L'autodisciplina e le abitudini morali danno vita alla perfezione morale, sebbene resti la consapevolezza del fatto che quest’ultima non è in grado di eliminare l'imperfezione implicita nella situazione esistenziale dell'uomo, cioè la sua alienazione dal suo vero essere.
Lo stesso fa l'angoscia nevrotica, ma in un modo limitato, fisso e irrealistico. L'angoscia di diventare colpevoli e l'orrore di sentirsi condannati sono così forti da rendere quasi impossibili decisioni responsabili e azioni morali di ogni genere. Ma le azioni e le decisioni, dal momento che sono inevitabili, vengono ridotte a un minimo che viene considerato assolutamente perfetto, e la sfera in cui avvengono è difesa contro ogni provocazione a trascenderla. Anche qui la separazione dalla realtà ha come conseguenza una coscienza della colpa fuori posto. L'autodifesa moralistica fa vedere al nevrotico la colpa dove non c'è colpa o dove si è colpevoli solo in un modo molto indiretto. Invece la consapevolezza della colpa reale e l'autocondanna che si identifica con l'autoalienazione esistenziale dell'uomo, vengono represse perché manca il coraggio che potrebbe prenderle in sé.
Le forme patologiche dell'angoscia del vuoto e della mancanza di significato mostrano caratteristiche simili. L'angoscia esistenziale del dubbio spinge la persona a crearsi la certezza in sistemi di significato sostenuti dalla tradizione e dall'autorità. Nonostante l'elemento del dubbio implicito nella spiritualità dell'uomo, e nonostante la minaccia della mancanza di significato implicita nell'alienazione dell'uomo, l'angoscia viene ridotta da questi modi di produrre e preservare la certezza. L'angoscia nevrotica innalza un angusto castello di certezza che può essere difeso ed è difeso con la massima tenacia. Alla potenza dell'uomo di fare domande è impedito di diventare atto in questa sfera, e se c'è pericolo che lo diventi grazie a domande fatte dall'esterno, egli reagisce con un fanatico "no". In ogni caso il castello di indubbia certezza non è costruito sulla roccia della realtà. L'incapacità del nevrotico di avere un incontro pieno con la realtà rende irrealistici tanto i suoi dubbi quanto le sue certezze. Egli pone entrambi al posto sbagliato. Dubita di ciò che è praticamente al di sopra del dubbio ed è certo dove è giusto dubitare. Soprattutto, non ammette l'interrogativo sul significato nel suo senso universale e radicale. Quell'interrogativo è in lui, come è in ogni uomo in quanto uomo nelle condizioni di alienazione esistenziale. Ma non può ammetterlo, perché gli manca il coraggio di prendere su di sé l'angoscia del vuoto o del dubbio e della mancanza di significato.
Da Paul Tillich, Che cos'è il coraggio?, Fazi Editore, Roma, 2015, pp- 71-73