GABRIELE LO IACONO
Psicologo Psicoterapeuta

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La spiritualità non è in definitiva aderenza alla propria soggettività? Vivere le cose a modo proprio con tutte le loro risonanze inspiegabili, basate su percorsi non conoscibili dall’esterno? Scavare dentro di sé, ispirati da una musica sacra, da un luogo sacro, dalla bellezza; vedere i particolari di ciò che succede dentro di sé e più in generale essere concentrati su ciò che avviene dentro di sé, nel proprio spirito, appunto?

Se è così, la spiritualità sconfina nella malattia mentale. Forse non è un caso che alcuni mistici sembrino pazzi. Si pensi a Freud e alla lettura che ne da Fromm ne I cosiddetti sani: la definizione di normalità si basa in definitiva sul principio di realtà: la capacità di andare al di là di ciò che sembra, del proprio vissuto personale soggettivo, per riconoscere un piano superiore di realtà intersoggettiva. Per lo psichiatra A.T. Beck, i disturbi emotivi (nevrosi) dipendono da errori cognitivi, distorsioni del pensiero, tra le quali figura il “ragionamento soggettivo”, un percorso inverso per cui si deduce l'esistenza di un fatto dall'esistenza di un sentimento: io sono arrabbiato, quindi qualcuno mi ha trattato male; io sono geloso, quindi tu mi hai tradito.

Viviamo su un sottile crinale: senza questa soggettività siamo alienati da noi stessi. Quando ce n’è troppa, siamo alienati dalla rappresentazione condivisa del mondo e dai suoi segni, dalla lingua.

Scrisse Paul Tillich in Che cos’è il coraggio?:

Una delle conseguenze infelici dell'intellettualizzazione della vita spirituale dell'uomo fu che la parola ‘spirito’ andò perduta e fu sostituita da ‘mente’ o ‘intelletto’, e che l'elemento di vitalità presente nello spirito fu separato e interpretato come una forza biologica indipendente. L'uomo fu diviso in un intelletto senza sangue e una vitalità senza significato. Il medio fra i due, cioè l'anima in cui vitalità è intenzionalità trovano la loro sintesi, fu cancellato (p. 78).

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