GABRIELE LO IACONO
Psicologo Psicoterapeuta

La dipendenza dai social e i mercanti di attenzione

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Il dibattito sulle conseguenze negative o i “rischi” delle nuove tecnologie ha molte diramazioni. Pertanto sarebbe vano un discorso generale e generico, come quello tentato nel libro Oltre la tecnofobia (Gallese, Moriggi e Rivoltella, Cortina, 2025) che offre rassicurazioni false e banali, oltre che esposte in modo confuso, contraddittorio e autoreferenziale, rispetto alla complessità e alla gravità, già ampiamente constatata, dei problemi in gioco.

Non voglio cadere anch’io nell’errore di fare di ogni erba una fascio, ma voglio limitarmi ad accennare alla questione della “vendita della nostra attenzione”. Presso un tribunale federale della California, è in corso un ampio contenzioso multidistrettuale in cui Meta è accusata da decine di procuratori generali statali, incluso quello di Washington D.C., per avere creato dipendenza e danni alla salute mentale degli utenti adolescenti mediante le piattaforme Facebook e Instagram. La stessa causa comprende anche centinaia di azioni civili private contro Meta e altre piattaforme di social media, promosse da adolescenti, genitori e distretti scolastici colpiti dai danni legati alla dipendenza dai social. I primi processi dovrebbero iniziare l’anno prossimo. Lo si legge per esempio nel post del 24/10/2025 Meta Loses Bid to Block Internal Docs on Teen Mental Health, su Bloomberglaw.com. Meta avrebbe sviluppato caratteristiche come i contatori di “mi piace”, lo scroll infinito e le notifiche push nonostante alcuni rapporti interni avessero avvisato la dirigenza di effetti dannosi già constatati dai ricercatori interni alla ditta.

La dipendenza dai social la sperimentiamo tutti. A chi non è capitato di restare incantato davanti ai reel, che scorrono sullo smartphone, ben più a lungo di quanto vorrebbe e di sentirsi subito dopo confuso, vuoto e svogliato? Vengono proposti dopo avere intercettato fulmineamente gli interessi momentanei dell’utente. Variano in tempo reale rispondendo alle variazioni di interesse; se sei sazio di una tipologia contenuto, te ne verrà proposta immediatamente un’altra, altrettanto interessante per te! In poche mosse del pollice sullo schermo, l’algoritmo individua che cosa ci interessa e ci propone un flusso pressoché infinito di contenuti di quel tipo. Perché sono stati progettati così? La risposta sta in quelle pubblicità che ci compaiono quasi miracolosamente su Google o nei social non appena abbiamo interagito con contenuti che abbiano qualche cosa a che fare con un prodotto vendibile: un oggetto, un servizio, un viaggio e via dicendo.

Il fatto che siamo attaccati al telefonino è una merce da vendere, innanzitutto agli inserzionisti. Nel libro The Attention Merchants: The Epic Scramble to Get Inside Our Heads lo studioso e avvocato Tim Wu analizza come l’attenzione umana sia diventata una merce e come si sia sviluppata un’industria massiccia il cui scopo è catturarla, trattenerla e venderla. Wu individua l’origine di questo modello economico nel XIX secolo, quando i giornali passano dal vendere solo copie al vendere copie + spazio pubblicitario. Col passare del tempo e con l’avvento di nuove tecnologie (radio, televisione, Internet, smartphone, social media) i “mercanti di attenzione” si sono evoluti, perfezionando via via metodi sempre più sofisticati per attirare e trattenere il pubblico. Ed eccoci arrivati alle pubblicità superindividualizzate che compaiono in una situazione intima (a casa nostra, chiusi in noi stessi col cellulare in mano) in un momento di forte coinvolgimento, come quello creato appunto dagli algoritmi dei reel!

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