I cosiddetti sani. La patologia della normalità

Erich Fromm - lo psicoanalista ebreo della cosiddetta Scuola di Francoforte, scappato dalla Germania nazista e rifugiatosi prima in USA e poi in Messico - mi fa sempre lo stesso effetto, sin da quando, adolescente, ho letto Avere o essere e L’arte di amare: ritrovo i miei pensieri disordinati, ma approfonditi e scritti in modo organizzato, argomentati e documentati in modo semplice, appassionato e coinvolgente. Ci vedo quasi un’apologia del mio modo di pensare e di vivere, dei miei valori, delle mie convinzioni più profonde. Mi è difficile ricordare il testo perché lo confondo con i miei pensieri. Insomma, mi entusiasma. Ed è per questo che mi sento particolarmente ricettivo rispetto a ciò che poi trovo di nuovo e per me sconosciuto nei suoi testi.
Tento qui di fissare almeno qualche parola del libro di Fromm che sto leggendo adesso: I cosiddetti sani. Lo vorrei consigliare ai miei pazienti che si sentono disadattati, che si fanno un problema del sentirsi diversi, estranei in questo mondo, che soffrono di noia, che non vedono un chiaro senso per la propria vita.
Bello e semplice ciò che Fromm scrive della felicità nel 1953 (data della conferenza trascritta nella prima parte del libro):
Ma che cos'è la felicità, una condizione dello spirito? Oppure si è felici solo in rarissimi momenti della vita, quasi che la felicità fosse il frutto prezioso di un albero che fiorisce solo in via del tutto eccezionale, ma che pure deve esistere se produce almeno una volta il suo frutto? Vorrei dire qualche parola sulla natura della felicità dal punto di vista psicologico. Molti definiscono la felicità come il contrario del dolore e della sofferenza: dolore e sofferenza da un lato, e felicità dall'altro. In quest'ottica la felicità viene immaginata e intesa come qualcosa da cui pena, turbamento e dolore sono esclusi. Ma questa idea di felicità è fondamentalmente errata. Chi non riesce a provare dolore non è vivo, e chi non è vivo non può nemmeno essere felice. Il dolore e la pena sono dunque parte integrante della vita, né più né meno della felicità; pertanto, la felicità non può essere l'opposto del dolore. Anzi, sul piano clinico il dolore è in realtà l'esatto contrario della depressione. La depressione non equivale al dolore; il vero depresso ringrazierebbe il cielo se riuscisse a provare dolore.
Sono assoluramente d'accordo. La felicità non può essere immaginata come assenza di sofferenza. Per me si può essere felici solo se si accetta che la vita riservi tanta sofferenza e se si affronta questa sofferenza con umiltà, con diginità, come un momento di pienezza del vivere anziché come il segno che qualcosa in sé è sbagliato. Certo, c'è sofferenza e sofferenza, e non ha molto senso infliggersela se ci si può sottrarre. Il discorso di Fromm procede naturalmente al tema della depressione:
La depressione è l'incapacità di provare emozioni. La depressione è la sensazione di essere morti mentre il corpo è ancora in vita. Non equivale affatto alla pena e al dolore, con i quali anzi non ha niente in comune. Il depresso è incapace di provare gioia, così come è incapace di provare dolore. La depressione è l'assenza di ogni tipo di emozione, e un senso di morte che per il depresso è assolutamente insostenibile. E proprio l'incapacità a provare emozioni che rende la depressione così pesante da sopportare. La felicità può essere definita come l'espressione di una intensa vitalità. Secondo Spinoza, l'esperienza di una vita vissuta intensamente corrisponde alla gioia, alla felicità. All'opposto c'è la depressione, che equivale all'assenza di emozioni. Chi vive intensamente prova sia gioia sia dolore, che vanno di pari passo in quanto conseguenze di una vita vissuta intensamente. All'opposto di gioia e dolore c'è la depressione, l'assenza di emozioni. Se dicessimo all'uomo della strada che una delle più dolorose malattie psichiche, se non la più dolorosa, è l'assenza di emozioni, non comprenderebbe neppure di che cosa stiamo parlando. Anzi, direbbe: "Ma è magnifico! Sarebbe fantastico non provare nulla. D'altronde, che cosa dovrei mai provare? Io vorrei solo stare tranquillo e non avere nulla di cui preoccuparmi"'. Costui non conosce l'insopportabile esperienza di una condizione psichica del tutto diversa, nella quale non si riesce più a provare niente. Se applichiamo questi concetti alla nostra cultura, troveremo che le persone normali sono in gran parte depresse poiché l'intensità delle loro emozioni si è alquanto ridotta. Chi oggi è vittima della depressione probabilmente non è tanto più alienato o apatico, e privo di contatto con la realtà, di quanto lo siamo noi; solo che noi disponiamo di difese migliori di chi si ammala di depressione (pp. 47-48)
La noia è un tema caro a Schopenhauer, Leopardi, Kierkegaard, Kafka e Pessoa - tra gli altri - e Fromm considera il tedio un grave problema umano, tipicamente e distintivamente umano, che compare proprio nel momento in cui l'uomo si sottrare alle urgenze del sopravvivere in sicurezza. L'uomo si trova allora a contemplare la propria natura mortale e la contraddittorietà del suo stato, non più solo animale, ma ancora profondamente animale. L'uomo che, senza distrazioni e senza passioni, riflette su di sé cade nella noia, dalla quale scivola nella "melanconia" chi ha una particolare sensibilità e non si accontenta dell "soluzioni" distrattive messe a disposizione dalla società, lavoro in primis.
In una cultura in cui ci alieniamo da noi stessi e dagli altri, e in cui i nostri stessi sentimenti diventano astrazioni e cessano di essere concreti, finiamo per annoiarci terribilmente e per perdere ogni energia. La vita cessa di essere veramente eccitante. Secondo me, la noia è uno dei mali peggiori che possano affliggere l'uomo. Sono poche le cose che riescono altrettanto penose e insopportabili… Nei paesi in cui il problema della noia è più diffuso, anche i casi di suicidio e di schizofrenia sono più numerosi che nei paesi dove vige ancora uno stretto contatto con la realtà, foss'anche una realtà tragica. Dolore e tragedia sono più facili da sopportare della noia, in cui si manifesta soltanto la mancanza di relazionalità con il mondo e con l'amore. Il termine noia definisce forse la forma più comune e normale di quella patologia chiamata depressione o melanconia. La noia è la condizione melanconica dell'uomo medio, normale, mentre la melanconia e la condizione patologica della noia, riscontrabile in particolare individui. Credo peraltro che la differenza sia solo di natura quantitativa... Uno dei sistemi migliori per evitare la noia è la routine… Chi si organizza la giornata in modo da essere sempre occupato, non viene sopraffatto dalla noia. Se non esistesse questa possibilità di sfuggire alla noia, dovremmo costruire in brevissimo tempo cliniche psichiatriche per milioni di persone (pp. 63-64).
Il brano seguente mi ha colpito perché si raccorda al tema degli sport estremi, che ho approfondito scrivendo un saggio:
La nostra cultura tende a creare individui che non hanno più coraggio e non osano più vivere in modo eccitante e intenso. Veniamo educati ad aspirare alla sicurezza come unico scopo della vita. Ma possiamo ottenerla solo al prezzo di un completo conformismo, e di una completa apatia. Da questo punto di vista, anche la sicurezza è l'opposto della gioia, poiché la gioia nasce da una vita vissuta intensamente. Chi vuole vivere intensamente deve essere in grado di sopportare una buona dose di insicurezza, perché in tal caso la vita diventa in ogni momento qualcosa di terribilmente rischioso. Possiamo solo sperare di non fallire e di non andare completamente fuori strada. Certo, gli esseri umani non hanno perso del tutto il loro spirito d'avventura, poiché la sensazione di vivere in una condizione di assoluta sicurezza, senza alcuna possibilità di avventura, provoca una noia così terribile da risultare insopportabile (p. 50)
Quante persone ammirano i morti di sport estremi perché hanno avuto perlomeno il coraggio di morire per la loro passione, in un’epoca in cui trovare un modo di sfuggire alla noia e al non senso è diventato assai difficile?
Scopro con stupore come in questo libro Fromm anticipi Zygmunt Baumann e il suo concetto di liquidità. Ma il tema centrale del libro è il concetto di salute mentale/normalità; sembra scritto pensando al DSM (il sistema di classificazione delle malattie mentali di riferimento in tutto il mondo) la cui prima edizione, in effetti, è stata pubblicata solo un anno prima (nel 1952). Il criterio dell’adattamento alla società - il quale, in tutte le diagnosi psichiatriche, o quasi, è il discrimine tra le infinite varianti della "normalità" e la patologia psichiatrica - ha dei limiti, esaminati acutamente da Fromm. Come può una persona intelligente e sensibile - e ancora di più un innovatore - adattarsi a questa società senza patire? Nevrosi e psicosi non potrebbero essere almeno in parte un modo personale di reagire alla mancanza di senso? Fromm pensa di sì e io, modestamente, concordo!