Psicoterapia e dintorni
Appunti e riflessioni in divenire

La Bhagavadgītā è il cuore del Mahābhārata, il più lungo poema epico che sia mai stato composto, con sei milioni di strofe, in cui si narrano le vicende eroiche delle famiglie regali della pianura del Gange al primo insediarsi delle stirpi degli Ārya, portatrici di una lingua indoeuropea, il s...

ATTENZIONE: possibili spoiler sulla trama di Adolescence
Nella miniserie Adolescence, una combinazione di fattori porta il piccolo Jamie a uccidere la compagna di scuola Katie. Jamie ha solo tredici anni. Perciò si trova in piena tempesta ormonale e sta muovendo i suoi primi passi in una “n...
Ne La malattia mortale, Kierkegaard descrive come avvenga in alcune persone il passaggio alla vita spirituale. Questo cambiamento interiore è reso possibile da una forma di disperazione, che chiama “disperazione dell’eterno”, ossia dalla disperazione che un individuo prova per la propria debolezza: “il disperato stesso comprende che è debolezza prendersi tanto a cuore il terrestre, che è debolezza disperarsi”.
Dopo tre mesi di frequentazione amorosa, un giorno Stefania avvisa Enzo che andrà a fare una passeggiata insieme a un amico e a Luigi, l’ex, al quale è morta da poco la compagna. Al ritorno dalla passeggiata viene raggiunta a casa sua da Enzo, che le chiede nervosamente come sia andata la giornata.

Chi voglia approfondire con qualche lettura il tema del poliamore, troverà subito il riferimento a colei che nel 1990 avrebbe coniato il termine “poliamore”: Morning Glory Zell-Ravenheart, nata il 27 maggio 1948 e morta il 13 maggio 2014. Questa donna è considerata un’icona e un mito presso la sedicente “comunità poliamorosa”.
A volte lo scrittore e il pittore sono a corto di ispirazione - non trovano nulla di degno di essere rappresentato - e allora raccontano con la loro opera che si trovano in questa situazione, e con questo credono di avere creato comunque un’opera d’arte. Riempiono la pagina e la tela di parole o segni inutili per sé e per il fruitore. Al fruitore potrà sembrare buffo le prime volte, ma le sperimentazioni di questo tipo non sono più nuove e originali. Ammetto che nel non dire possa esserci uno stile personale, che può essere anche interessante, e persino divertente, e confesso che in definitiva a me a volte interessa conoscere la “voce” di un autore, il suo modo di esprimersi, più che il contenuto del suo discorso; ma, alla fine, dire che non si ha niente da dire equivale a non dire, e una volta conosciuta la voce dell’autore non desidero sentirla una seconda volta se non mi ha lasciato qualcosa.